+39 02.26140913 redazione@milanoincontra.it
domenica, 25 Gennaio 2026
BUSINESSPOLITICA

Manovra 2026 lavoro: tra prudenza e crescita mancata

Manovra 2026 lavoro

Il quadro economico della Manovra 2026 lavoro

La Manovra 2026 lavoro nasce in un contesto segnato da crescita debole, aumento strutturale dei costi e persistenti difficoltà di competitività del sistema produttivo italiano. La legge di bilancio, licenziata dalla Camera, adotta una linea improntata alla selettività degli interventi e al controllo della spesa pubblica, con particolare attenzione ai redditi da lavoro dipendente. Si tratta di una strategia coerente dal punto di vista contabile, ma che solleva interrogativi sulla sua capacità di sostenere lo sviluppo economico in una fase di rallentamento prolungato. Per il mondo delle imprese e del lavoro organizzato, la questione centrale resta l’equilibrio tra tutela dei redditi e condizioni favorevoli alla crescita.

Gestione del pregresso fiscale nella Manovra 2026 lavoro

Un elemento positivo della Manovra 2026 lavoro è rappresentato dalla rottamazione quinquies delle cartelle esattoriali. La misura consente la definizione agevolata dei debiti affidati alla riscossione dal 1° gennaio 2000 al 31 dicembre 2023. Pur non avendo carattere strutturale, l’intervento offre a imprese e contribuenti l’opportunità di regolarizzare posizioni pendenti che spesso ostacolano l’accesso al credito e la pianificazione degli investimenti. Lo smaltimento dell’arretrato fiscale rappresenta un passaggio necessario per alleggerire un carico che continua a gravare sull’economia reale.

Pensioni e rigidità del mercato del lavoro

Sul versante previdenziale, la Manovra 2026 lavoro conferma un orientamento restrittivo. La mancata proroga di Quota 103 e Opzione Donna, insieme all’aumento complessivo di tre mesi dei requisiti pensionistici tra il 2027 e il 2028, rafforza il controllo della spesa pubblica. Questa scelta, comprensibile sul piano finanziario, riduce però ulteriormente la flessibilità in uscita dal mercato del lavoro. L’effetto è un maggiore peso dell’aggiustamento sulle generazioni attive, con possibili ricadute sull’organizzazione del lavoro e sul ricambio occupazionale nelle imprese.

Redditi da lavoro e contrattazione collettiva

L’intervento di spesa più significativo della Manovra 2026 lavoro riguarda il lavoro dipendente. Il taglio dell’IRPEF per i redditi fino a 50.000 euro, con la riduzione della seconda aliquota dal 35% al 33%, determina un beneficio immediato sul reddito disponibile. A questo si affiancano misure che valorizzano la contrattazione collettiva e aziendale. Tra queste rientrano la tassazione agevolata al 5% sugli incrementi retributivi legati ai rinnovi contrattuali e la riduzione all’1% dell’imposta sostitutiva sui premi di risultato. Anche l’innalzamento della soglia di esenzione dei buoni pasto rafforza il welfare aziendale.

Il limite strutturale della Manovra 2026 lavoro

Proprio perché individua correttamente nel lavoro uno dei perni dell’intervento pubblico, la Manovra 2026 lavoro mostra con maggiore evidenza il suo limite principale. L’azione si concentra quasi esclusivamente sul netto in busta paga, con effetti spesso contenuti per alcune fasce di reddito. Manca invece un intervento incisivo sul costo del lavoro a carico delle imprese. In un Paese che cresce da oltre un decennio a ritmi inferiori rispetto ai principali partner europei, questa prudenza rischia di tradursi in una scelta rinunciataria, con benefici limitati e temporanei.

Imprese, investimenti e politiche industriali

Sul fronte delle imprese, la Manovra 2026 lavoro introduce segnali incoraggianti. Il rifinanziamento dei Contratti di sviluppo e della Nuova Sabatini, lo sblocco dei crediti d’imposta Transizione 4.0 e il ritorno dell’iperammortamento rappresentano strumenti rilevanti per sostenere investimenti e innovazione. Le maggiorazioni fino al 180%, seppur riservate a beni Made in UE e con criteri selettivi, possono incentivare processi di ammodernamento tecnologico nel medio-lungo periodo, soprattutto per le imprese più strutturate.

ZES Unica e riduzione dei divari territoriali

Il prolungamento del credito d’imposta ZES Unica fino al 2028 costituisce un ulteriore elemento positivo della Manovra 2026 lavoro. In un contesto segnato da forti squilibri territoriali, questa misura può favorire l’attrazione di investimenti e sostenere l’occupazione nelle aree più fragili del Paese. Il riconoscimento di una quota aggiuntiva per le imprese che hanno presentato comunicazioni integrative rafforza la continuità degli interventi già avviati.

Prudenza o occasione mancata?

Nel complesso, la Manovra 2026 lavoro appare coerente e ben costruita, con misure utili per lavoratori e imprese. Tuttavia, in presenza di una crescita strutturalmente debole, l’intervento sul lavoro risulta ancora troppo timido per imprimere una svolta reale alla competitività del sistema produttivo. La sfida dei prossimi anni non sarà solo sostenere il reddito, ma rendere sostenibile l’occupazione nel tempo. Senza un riequilibrio più deciso tra tutela dei lavoratori e riduzione del costo del lavoro per le imprese, il rischio è che anche questa manovra non riesca a trasformare la prudenza in sviluppo.

Dott. Giovanni Assi
Responsabile CONFAPI Puglia per Lavoro e Welfare
Consulente del lavoro ed esperto di relazioni industriali