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giovedì, 13 Giugno 2024
POLITICA

Astensionismo, in crescita tra i più giovani. Romano(Pd): “La politica torni a occuparsi di loro”

A cura di Massimo Chisari

La politica è sempre più vittima di un disinteresse collettivo che porta ad una forma diffusa di astensionismo. Lo dimostrano i dati: se le ultime regionali in Lombardia hanno registrato il 58,4% di astensionismo, le Politiche del 2022 hanno registrato invece un 36,1% di astenuti, numero cresciuto del 10% circa rispetto al 2018, quanto invece votò il 72,93% degli aventi diritto al voto. Dovrebbe poi far riflettere il fatto che tra gli astenuti alle ultime Politiche, il 42,7% è rappresentato proprio dai giovani tra i 18 e i 34 anni che non si sentono in alcun modo rappresentati.
Ma perché i giovani soprattutto, non credono più più nella politica. Sono le domande che questa dovrebbe farsi, per riconquistare quella fiducia oggi così evanescente.

L’astensionismo in Italia è in crescite. Alle ultime Politiche, solo 4 elettori su 10 si sono recati alle urne


ASTENSIONISMO E LA DISTANZA DI ALCUNI PARTITI DAI PROBLEMI DEI GIOVANI

Il Parlamento dovrebbe essere lo specchio dell’Italia. Ma così non è e lo si è capito orami da decenni: motivo per il quale un partito populista come il MoVimento 5 Stelle aveva fatto molto proselitismo, soprattutto tra i più giovani.
Giovani che oggi più che mai non si sentono rappresentati. Il Motivo? I giovani sono circa il 20% dell’elettorato, mentre, in un Paese sempre più vecchio, lo zoccolo duro sono gli over 50: motivo per il quale molti politici preferiscono soffermarsi maggiormente su pensioni e tasse, anziché su lavoro, diritti civili e ambiente, ovvero le tematiche care alla platea di votanti tra i 18 e i 34 anni.
“C’erano cose che non capivo, cose che non mi piacevano e cose per cui valeva la pena di combattere”. È una massima dello scrittore e giornalista Arthur Koestler, che probabilmente oggi rappresenta al meglio il grido di battaglia dei più giovani, da una parte senza più fiducia, ma ancora desiderosi di essere rappresentati da una classe dirigente in grado di fare i loro interessi.

Come ha sottolineato lo storico e politico Massimo Luigi Salvadori, che nel dettaglio ha analizzato l’evoluzione e i problemi della sinistra e della democrazia in generale, “nel panorama politico manca anzitutto verso i giovani una capacità di attrazione, una visione, un pensiero forte”. In tal senso è interessante un sondaggio portato avanti dal Sole 24 ore lo scorso anno, con l’obiettivo di comprendere il motivo di un così ampio astensionismo giovanile alle urne. Alla domanda se la classe politica conosca i problemi che affliggono le nuove generazioni, il 90% degli oltre 22 mila intervistati ha risposto no.
Ecco il motivo per il quale sempre più giovani decidono di non recarsi alle urne, nonostante il Presidente Mattarella abbia richiamato i giovani all’importanza della consultazione elettorale. Ma del resto, nonostante nelle scuole si cerchi di fare informazione politica (non abbastanza ndr), i giovani non recepiscono il significato sotteso del recarsi alle urne e di tutela della democrazia né, forse, percepiscono il voto come un dovere civico.

Il giovane consigliere regionale del Pd Paolo Romano, che in Consiglio si batte per i più giovani

E non è un caso, che stante la sfiducia nella politica, sempre più giovani hanno iniziato ad intraprendere modi alternativi di fare politica, virando ad esempio verso una partecipazione civica e un’aggregazione sociale a livello locale. Ecco nascere sempre più simpatizzanti per movimenti come Fridays for Future i cui esponenti manifestano contro il riscaldamento climatico senza particolari ideologie politiche di Destra o di Sinistra, proprio perché l’inquinamento riguarda chiunque, salvo poi scoprire che i maggiori negazionisti del cambiamento climatico, sono proprio i partiti di Destra e/o i loro elettori.
Tuttavia, sempre più under 34 chiedono di essere rappresentati da candidati giovani, capaci di capire e portare avanti le loro istanze. E di giovani preparati che si affacciano alla politica, ce ne sono molti.
Uno di questi giovani, tra i più giovani a palazzo Pirelli (classe 1996), è il consigliere regionale del Pd Paolo Romano, membro della Commissione IX sostenibilità sociale, casa e famiglia e della Commissione IV attività produttive, istruzione, formazione e occupazione, prova a fare il punto della situazione:

INTERVISTA A PAOLO ROMANO

Come ti sei avvicinato alla politica

“Mi sono avvicinato alla politica facendo il rappresentante di Istituto del mio liceo e creando poi una rete di rappresentanti di Istituto, con la quale dopo che è stata raccolta dai Giovani democratici del Partito democratico, abbiamo cercato di cambiare e di battagliare le questioni che riguardano la nostra generazione”.

Cosa rappresenta per te la politica?

“La politica per me è lo strumento tramite il quale è possibile cambiare la società, cercando di renderla più giusta tramite la riduzione delle diseguaglianze e, al contempo, garantendo a tutti e tutte i loro diritti”.

La politica sta affrontando un problema sempre più preponderante: l’astensionismo, soprattutto tra i più giovani. In che modo la politica può tornare ad essere fruibile e interessante?

“Beh, come prima cosa, la politica dovrebbe tornare a occuparsi dei bisogni delle persone. Invece, credo che i più giovani non votino perché la politica, troppo a lungo, non si è occupata dei loro bisogni e quando lo ha fatto – penso alla campagna di Pierfrancesco Majorino o di Elly Schlein – i giovani sono tornati a votare. Penso ad esempio al tema della salute mentale, per anni trattato come una questione di secondo piano oppure al paternalismo con cui le generazioni più grandi parlano dello stage e della gavetta, quando invece è uno strumento di sfruttamento giovanile: se nessuno parla di questi temi, che sono quelli che toccano da vicino le nostre vite, poi è ovvio che i più giovani non si attivino o non si avvicinano alla politica”.

Perché si è persa la fiducia nei politici?

“Sicuramente per la capacità di incidere e di cambiare qualcosa sui temi fondamentali per le persone, ma soprattutto anche perché nel promettere tutto, spesso non si realizza niente. Prendiamo ad esempio questo Governo: hanno fatto marketing facendo video nei benzinai sostenendo che sarebbe stato necessario togliere le Accise, cosa che poi non hanno mai fatto sostenendo che costa troppo. Nel frattempo parlano di aiutare le fasce più indigenti, ma contestualmente alzano l’iva sui prodotti essenziali per le famiglie e per le donne. Ecco che se la politica dice A e poi una volta al Governo fa l’opposto, la fiducia nella politica viene lesa”.

Il salario minimo, questa cosa sconosciuta e tanto demonizzata. Come può sostenere invece migliaia di lavoratori e quali sono invece i punti “fragili” su cui bisognerebbe lavorare?

“Intanto penso che bisognerebbe chiedersi cosa significhi fare impresa. Chi si lamenta del salario minimo, va dicendo che con questi molte aziende chiuderebbero. Ebbene, io credo che se oggi un’impresa non può stare sul mercato facendo lavorare lavoratrici e lavoratori in modo dignitoso in termini di salari, di orari di lavoro e di diritti, è giusto che quell’impresa chiuda. In caso contrario significa legalizzare lo sfruttamento delle persone e questo non può avvenire all’interno di un sistema dove il salario minimo di 9 euro lordi l’ora, rappresenta per l’appunto un prerequisito minimo di uno Stato democratico e sotto il quale non è possibile scendere”.

Abbassare il costo del lavoro potrebbe essere una misura funzionale?

“Non credo si possa lavorare sempre sul cuneo fiscale perché prima o poi abbassare di continuo la tassazione significa non ricevere più adeguate risorse dal tessuto produttivo. Il tema è diverso: bisognerebbe invece lavorare per permettere a chi fa impresa in Italia di garantire dei salari dignitosi”.

Gli stipendi sono fermi almeno agli anni 90. Considerando il caro vita, questi sono sempre più insufficienti, soprattutto per dei giovani che vorrebbero cercare la propria indipendenza. Quali le soluzioni possibili?

“Bisogna demolire come prima cosa l’istituto dello stage extracurricolare così come è oggi, perché non è solo lo strumento tramite il quale un giovane viene sfruttato a 500 euro al mese senza TFR, senza ferie e malattie, ma è anche e soprattutto lo strumento con cui si abbassano gli stipendi di entrata. Se infatti si limitasse l’abuso dello stage, si rafforzerebbe la forza di contrattazione della lavoratrice o del lavoratore”.

Come si potrebbe provare a rialzare i salari, rendendoli competitivi alla media dell’Europa?

“Oltre a sviluppare investimenti sul nodo della competitività positiva, parlo ad esempio di transizione ecologica e digitale, non devono mancare gli investimenti sulla formazione che purtroppo, in questo Paese, viene vista come una cosa inutile dalle stesse aziende. Dati alla mano, in Lombardia mancano 40 mila meccatronici, i quali potrebbero avere degli stipendi molto buoni, ma abbiamo invece un esubero di estetisti perché alla base manca una regia pubblica. Se invece si investisse in formazione sia scolastica sia “on the job”, si aumenterebbe la qualità del lavoro facendo capire all’impresa che utilizzare contratti più stabili sarebbe conveniente proprio perché sono quelli che permettono una formazione del dipendente, il quale migliorerebbe il proprio lavoro in termini di produttività. Infatti, l’Italia non è solo il Paese con gli stipendi fermi, ma è anche quello con la produttività ferma. Salario e produttività si inseguono a vicenda e l’aumento del primo coincide con secondo e viceversa”.

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