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domenica, 21 Aprile 2024
AMBIENTETURISMO

Indonesia, un paradiso paesaggistico, ma costellato dalla plastica

Articolo e foto a cura di Silvia Scardovi

Spiagge paradisiache, templi, viste mozzafiato su cascate alte decine di metri. Tutto questo è l’Indonesia, il più grande Stato insulare del pianeta con oltre 14mila isole, delle quali oltre mille sono abitate da 300 gruppi etnici con culture distinte, che parlano 365 lingue e dialetti  differenti.

L’Indonesia è un paese con molti luoghi da vedere, ricco di cultura, storia e tradizione, dove celebri sono le risaie a terrazza di Jatiluwih,  e di Tagalalang. Ma è anche un Paese, che presenta delle ombre.

Risaie di Jatiluwih, Patrimonio Unesco

In Indonesia il riso svolge un ruolo fondamentale non solo da un punto di vista alimentare, ma anche come donazione agli dei e forma di “protezione”.

Non è un caso che alcune di queste risaie siano poste sotto l’egida dell’Unesco in quanto testimoni di una tradizione culturale. E ancora, a Bali sono famosi gli innumerevoli templi di religione induista che costellano l’isola, come il Tirta Empul e le sue sorgenti sacre per la purificazione o il suggestivo tempio sull’acqua di Pura Ulun Danu Beratan.

Indonesia, è tutto oro quel che luccica? Il problema della plastica

Le “spiagge di plastica” di Bali dove al posto della sabbia appaiono muri di rifiuti

 Nell’era dei social network siamo abituati a vedere in circolazione immagini accattivanti di paesaggi rigogliosi, che in questo caso hanno ben celato l’altra faccia dell’Indonesia, quella più cruda e drammatica.

L’Indonesia è certamente un paradiso turistico e paesaggistico, ma lo è anche per la plastica.

E come ha dichiarato il WWF: “Tutti i Paesi sono responsabili di questa emergenza ambientale e ciascuno deve essere parte della soluzione. É necessario un impegno globale per fermare la dispersione di plastica in natura”.

“Paese che vai, usanze che trovi” recita il detto; il vero problema è che queste “usanze” risultano soprattutto fastidiose da ignorare per chi come noi è abituato da anni a parlare dell’importanza del riciclo e della sostenibilità.

Un grande paradosso a pensarci! Sull’isola dell’arcipelago indonesiano, infatti, il problema dell’assenza dello smaltimento è sotto gli occhi di tutti, viaggiando lungo la costa è possibile notare rifiuti di varie origini che hanno preso il posto delle conchiglie. 

L’isola di Bali ad esempio, famosa in tutto il mondo per le sue spiagge tanto amate dai surfisti, viene bagnata da mari dove spesso si notano bottiglie o buste di plastica.

INDONESIA, I DATI DI PRODUZIONE DELLA PLASTICA

Dati alla mano, l’Indonesia produce circa 7,8 milioni di tonnellate di plastica all’anno di cui 5 non vengono gestite correttamente e il risultato catastrofico è ormai evidente.

Ad oggi basti pensare che l’83% dei rifiuti di plastica viene trasportata dai fiumi mentre il 17% è situato lungo la costa. Un problema non solo per “l’immagine turistica” ma soprattutto per la fauna marina che popola I mari. 

Le associazioni stanno contribuendo al contenimento di questo grave problema noto ormai da molti anni anche al Governo e puntano soprattutto a coinvolgere la cittadinanza, nella convinzione che vada cambiata la mentalità all’origine.

La situazione è tristemente presente anche sulle isole Gili dove nell’entroterra dell’isola più “festaiola”, la celebre Trawangan, si può scorgere la presenza di discariche a cielo aperto dove spesso i rifiuti vengono accatastati e bruciati davanti agli occhi increduli dei turisti. 

Questa drammatica situazione stride con il paesaggio circostante, sottolineando il falso mito di “paradiso incontaminato” mostratoci sui social.

Indonesia, verso una presa di coscienza del problema

Si dice che il viaggiare arricchisce l’animo e la sensibilità. Contestualmente, il turismo dovrebbe allora rappresentare un momento di responsabilità in grado di portare all’attenzione pubblica queste situazioni: il problema del riciclo e della sostenibilità non termina appena usciti fuori da casa nostra e forse nel nostro piccolo potremo contribuire a un turismo ancor più sostenibile e di sensibilizzazione. Chi siamo noi in fondo se non cittadini del mondo?

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