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mercoledì, 22 Maggio 2024
ARTE

Fabrizio Dusi, ovvero l’arte che chiede di essere ascoltata

Articolo e foto a cura di Massimo Chisari

Diceva Marcel Proust che il mondo è stato creato tutte le volte che è sopravvenuto un artista originale. Parafrasandolo, si potrebbe dire che il mondo viene ricreato dalla visione originale di un artista. Questo è il caso di Fabrizio Dusi: valtellinese d’origine, milanese di adozione. In oltre 15 anni di attività Dusi ha trasmesso la sua visione delle cose in molteplici mostre personali qua e là per l’Italia, tra cui Milano, Verona, Urbino, Arezzo e Genova.

Fabrizio Dusi, la sua cifra stilistica

La necessità di parlare. Il bisogno di ascoltare e di essere ascoltati. È in questo insieme che nasce, si sviluppa ed esplode, la poetica di Fabrizio Dusi. Le sue sono opere che arrivano dritte allo “spett-atore”; lo rendono osservatore e allo stesso tempo attore di un mondo in cui la sua poetica trova la propria raison d’etre: i colori brillanti e le forme semplici, ma non semplicistiche dei suoi personaggi, attirano e catturano. Merito dello stile pop che tanto lo ha influenzato? Sicuramente nell’era dei social il “Bla bla bla” iconico dell’artista è una presa di coscienza più che una provocazione, che di certo non può essere ignorata da chi osserva.

Si parla tanto, sì ma di cosa? La superficialità e l’assenza di empatia sono ciò che l’artista denuncia. Le parole escono dalle bocche dei suoi personaggi con un’esplosione di cerchi colorati, forse nella speranzo che quei messaggi possano venir colti da qualcuno.

È un mondo, quello di Dusi, che in qualche modo ha bisogno di essere aiutato: “Listen to me; talk to me”, chiedono i suoi personaggi, disegnati tutti per sottrazione di elementi. Eppure gli spazi dove i suoi protagonisti interagiscono sono privi di elementi costitutivi; niente case o elementi architettonici, ma tuttavia si percepisce una sorta di pienezza e di movimento armonico, come se si fosse dentro un’ordinata città trafficata. È il pop che incontra l’arte metafisica, con l’obiettivo di rappresentare un messaggio in maniera nitida, andando oltre l’aspetto realistico e materiale.

È un messaggio sociale di una certa preminenza, quello di Dusi, ma il suo stile permeato da colori, ci ricorda che con un minimo di impegno e di volontà, le persone possono comunicare tra loro, proprio con la stessa armonia che Dusi usa per dipingere e costruire il suo spazio.

Il mondo dell’arte, che valore ha?

L’arte ha sempre rappresentato la necessità dell’uomo di esprimersi. E quando l‘espressione ha varcato la porta dei mercati, l’arte è divenuta anche vanità. Non è forse un caso che il report di Artprice fotografi il mondo dell’arte come un mercato forte ed in crescita, nonostante alcuni ostacoli incontrati in questi ultimi anni, tra pandemia, guerra, crisi energetica e infrazione. Secondo il Ceo di Art market, Thierry Ehrmann, in questo contesto globale particolarmente teso il mercato delle aste di opere d’arte ha mostrato una resilienza e, addirittura, una vitalità senza precedenti: basti pensare che il mercato artistico, nel solo 2022, è stato stimato con un valore pari a 16,5 miliardi di dollari.

Il mercato dell’arte è quindi in forte crescita e sempre più artisti, non senza difficoltà, trovano spazio espressivo.

Intervista a Fabrizio Dusi:

Fabrizio, quando scopri la passione per l’arte?

“La propensione per l’arte ce l’ho fin da piccolo, non a caso ho studiato al liceo artistico. Ho proseguito poi in questa direzione lavorando in diversi settori creativi, tra cui moda e web designer, fino a quando verso i 30 anni mi sono licenziato intraprendendo gli studi di ceramica, che mi hanno portato, esperimento dopo esperimento, alla realizzazione dei miei personaggi odierni”.

Quando hai capito che avresti fatto l’artista?

“Penso sia stato un passaggio progressivo di avvenimenti, iniziato quando nel 2006 ho aperto il mio laboratorio. Ricevendo poi una risposta del pubblico ai miei lavori, ho capito che quella sarebbe stata la strada che avrei intrapreso”.

Qual è l’artista o il periodo artistico che maggiormente ti hanno influenzato?

“Sicuramente gli anni ’50 e ’60 in cui la ceramica era molto figurativa con rappresentazioni stilizzate e quasi fumettistiche. Ho sfogliato molto le pubblicità di quelli anni prendendo spunto per il mio personaggio. Da una figura molto stilizzata ho iniziato a sottrarre fino a quando è arrivato quello che cercavo”.

Ha un nome il tuo personaggio? 

“Diciamo che io lo chiamo Bla Bla Bla, ma non ha un nome specifico. È una specie di avatar, che rappresenta come sono fatto. Ci metto molto di mio e perciò lo vedo come una sorta di mia proiezione”.

Cercherai altri personaggi?

“No, assolutamente, questo personaggio rimarrà sempre perché è proprio la mia caratteristica”

Le tue figura sono personaggi senza tratti distintivi. Rappresentano quindi l’omogeneità umana all’interno di una società che tende a disumanizzare?

“Sì, ritengo che siamo tutti un po’ uguali ed è una cosa che percepisco, anche se ognuno poi alla fine ha la sua unicità”.

Il parlare dei tuoi personaggi è una necessità?

“I miei personaggi hanno spesso la bocca aperta, ma in realtà non parlano. Per quanto siano all’interno di una folla, non esce nulla. Da qui il mio tentativo di trasmettere la necessità di comunicare, ma senza successo. Più  che una comunicazione, comunque, i miei personaggi sottolineano la necessità di farsi ascoltare”.

Perché la gente non parla secondo te? 

“È un parlare, ma è un parlare vuoto che rappresenta quello che avviene negli ultimi anni, soprattutto attraverso i social: si parla, ma del nulla se non di vanità”.

Hai mai trovato un limite espressivo nell’arte? E se sì, come lo hai superato?

Più che un mio limite, forse un limite di forma, visto che lavoro molto con la bidimensionalità, e a volte mia è stato chiesto di lavorare con la tridimensionalità”.

Al centro della tua opera c’è la figura umana. Hai mai pensato di parlare o denunciare tematiche ambientali?

“Giusto recentemente sto ragionando sulla natura e pensando di creare qualcosa dove non compaia la figura umana: una sorta di paradiso senza umanità. Ma per ora è un progetto in divenire…”.

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